Flow Pack o Termoformatura per gli Affettati: la Tecnologia Dipende dal Prodotto

Un prosciutto cotto affettato, una bresaola premium e uno snack a base di salumi possono sembrare prodotti della stessa categoria. Dal punto di vista del packaging, però, presentano esigenze completamente diverse, al punto che, nella maggior parte dei casi, non è chi progetta la confezione a scegliere tra flow pack e termoformatura, ma il prodotto stesso a stabilire quale delle due sia tecnicamente praticabile.

Nel confezionamento degli affettati, la tecnologia e i materiali influiscono direttamente su qualità, shelf-life ed efficienza produttiva. Ma prima di parlare di come scegliere, è utile chiarire un punto: per buona parte delle referenze la scelta è già decisa dalle caratteristiche fisiche del prodotto. La libertà di scelta reale riguarda solo una parte dei casi, tipicamente quelli di formato intermedio o di posizionamento meno definito.

Il confezionamento degli affettati è un progetto, non una preferenza tra tecnologie

Nel settore degli affettati, il packaging influisce sulla shelf-life, sulla sicurezza microbiologica, sulla conservazione delle caratteristiche organolettiche, sull’efficienza della linea produttiva e sulla percezione del prodotto da parte del consumatore.

Per questo motivo, il confronto tra flow pack e termoformatura non è, nella maggior parte dei casi, la ricerca della tecnologia “migliore” in assoluto: è un percorso vincolato. Peso, spessore e sovrapposizione delle fette, sensibilità all’ossidazione, necessità di sottovuoto spinto o di atmosfera modificata e shelf-life richiesta dal canale di vendita restringono spesso il campo a una sola tecnologia realmente applicabile. Solo quando questi vincoli non sono stringenti, piccoli formati, prodotti poco sensibili all’ossidazione, shelf-life contenuta, esiste un margine reale di scelta, ed è lì che entrano in gioco considerazioni di costo, velocità di linea e strategia commerciale.

Gli affettati non sono tutti uguali: perché il packaging deve adattarsi al prodotto

Parlare genericamente di “affettati” può essere fuorviante: la categoria comprende prodotti molto diversi per composizione, contenuto di acqua, quantità di grasso, sensibilità all’ossidazione, comportamento microbiologico e modalità di consumo.

Prosciutto cotto, prosciutto crudo, mortadella, salame, speck e bresaola presentano esigenze di conservazione differenti, così come preparati gastronomici, carpacci, cubetti, mix per aperitivo e prodotti porzionati per il consumo fuori casa. Ogni categoria porta con sé vincoli specifici che, più che una scelta, definiscono un perimetro tecnico entro cui muoversi:

•     Caratteristiche fisiche e microbiologiche del prodotto;
•     Shelf-life richiesta;
•     Tipologia di atmosfera protettiva necessaria;
•     Volumi di produzione;
•     Flessibilità della linea;
•     Posizionamento commerciale;
•     Esperienza d’acquisto che si desidera offrire al consumatore.

Flow pack: quando è tecnicamente adatto, non solo quando conviene

Il flow pack è apprezzato per l’elevata produttività e per la capacità di realizzare confezioni leggere con film flessibili continui: il prodotto viene avvolto, saldato e tagliato automaticamente, con velocità di lavorazione molto elevate.

Nel comparto alimentare il flow pack è impiegato in numerose categorie; per gli affettati, però, trova applicazione soprattutto dove il prodotto stesso non pone vincoli di sottovuoto spinto o di supporto strutturale, tipicamente:

•     Snack a base di salumi;
•     Monoporzioni destinate al consumo on-the-go;
•     Piccoli formati ad alta rotazione;
•     Prodotti con geometria regolare;
•     Produzioni ad alti volumi e velocità di linea.

Più che una preferenza commerciale, l’adozione del flow pack per queste referenze è quasi sempre una conseguenza diretta delle loro caratteristiche fisiche. Per referenze più pesanti, in fette sottili sovrapposte o destinate a shelf-life prolungate, il flow pack incontra limiti tecnici, mancanza di supporto rigido, difficoltà a mantenere un’atmosfera modificata efficace, che ne escludono l’uso a prescindere da chi progetta il packaging.

Termoformatura: la tecnologia di riferimento quando il prodotto lo richiede

La termoformatura è tra le soluzioni più diffuse per gli affettati destinati alla distribuzione moderna: la vaschetta viene formata in linea da un film plastico, riempita e sigillata con un film superiore ad alta barriera, sottovuoto oppure in atmosfera modificata (MAP).

Questa tecnologia è spesso l’unica opzione praticabile per referenze che richiedono una presentazione curata e una protezione elevata lungo tutto il ciclo distributivo, prosciutto cotto e crudo affettati, bresaola, speck, carpacci e altre specialità premium per la GDO, i canali specialty o l’export, non perché sia la scelta di immagine più prestigiosa, ma perché il peso, la fragilità delle fette e la shelf-life richiesta non sono compatibili con un film flessibile continuo.

Anche a parità di tecnologia, il risultato dipende dalla combinazione tra film inferiore e film superiore: proprietà barriera, saldabilità e caratteristiche meccaniche devono essere coerenti con il prodotto confezionato, perché è da questa combinazione che dipendono la tenuta della confezione e l’efficacia dell’atmosfera modificata o del sottovuoto.

Tray sealing: un’alternativa alla termoformatura in linea

Accanto alla termoformatura, il tray sealing utilizza vaschette preformate (anziché formate in linea a partire da un film), chiuse con un film superiore sigillato sottovuoto o in MAP. È una tecnologia spesso scelta quando i volumi non giustificano l’investimento in una termoformatrice dedicata, oppure quando serve cambiare frequentemente formato di vaschetta, ad esempio per preparati gastronomici porzionati o referenze con rotazione variabile.

Shelf-life, qualità e sicurezza: il risultato dipende dall’intero sistema

Un errore comune è attribuire la shelf-life esclusivamente alla tecnologia di confezionamento. In realtà è il risultato dell’interazione tra più fattori progettati in modo integrato — la tecnologia è solo uno di questi:

•     Le proprietà barriera dei materiali;
•     La qualità delle saldature;
•     La corretta gestione dell’atmosfera modificata o del sottovuoto;
•     La temperatura durante produzione, stoccaggio e distribuzione;
•     Le caratteristiche microbiologiche iniziali del prodotto;
•     Il rispetto della catena del freddo lungo tutta la filiera.

Lo stesso vale per colore, aroma, consistenza e succosità: dipendono dalla capacità dell’intero sistema di limitare l’ingresso di ossigeno, controllare la perdita di umidità e proteggere il prodotto da contaminazioni esterne. La progettazione del packaging deve quindi partire dal prodotto e dai suoi punti critici, non dalla macchina disponibile in stabilimento.

Efficienza produttiva e costi operativi: oltre l’investimento iniziale

Quando le caratteristiche del prodotto lasciano un margine di scelta reale, il confronto tra tecnologie si sposta su produttività e costi. Il costo dell’impianto è un elemento importante, ma non sufficiente per valutare la reale convenienza di una soluzione: il costo complessivo dipende da molte variabili che incidono sulle performance quotidiane della linea:

•     Produttività oraria;
•     Tempi di cambio formato;
•     Consumo dei materiali;
•     Disponibilità della linea;
•     Manutenzione ordinaria e straordinaria;
•     Riduzione degli scarti;
•     Consumi energetici;
•     Facilità di integrazione con gli impianti esistenti.

Una tecnologia con investimento iniziale più elevato può ridurre significativamente i costi operativi nel medio-lungo periodo; una soluzione apparentemente più economica può rivelarsi meno vantaggiosa se non raggiunge gli obiettivi di shelf-life richiesti. Per questo conta il costo totale di esercizio (Total Cost of Ownership), non il solo prezzo di macchina o materiali.

Il prodotto guida la tecnologia: una matrice orientativa

Prima di leggere la matrice, un chiarimento: nella maggior parte dei casi la tecnologia non viene scelta liberamente tra alternative equivalenti. È la conseguenza diretta delle caratteristiche del prodotto. La tabella seguente va letta come una mappa dei vincoli tecnici tipici di ciascuna categoria, più che come un ventaglio di opzioni intercambiabili.

La matrice ha valore indicativo e non sostituisce un’analisi tecnica del progetto. Le prestazioni finali dipendono dall’integrazione tra tecnologia di confezionamento, struttura dei film flessibili, proprietà barriera, saldabilità, atmosfera modificata (MAP) o sottovuoto e caratteristiche specifiche del prodotto.

La tecnologia è una conseguenza del prodotto, non il punto di partenza

Il confronto tra flow pack, termoformatura e tray sealing mostra che, nella maggior parte dei casi, la tecnologia più adatta non è il risultato di una preferenza, ma la conseguenza diretta delle caratteristiche del prodotto da confezionare, dei volumi produttivi e degli obiettivi commerciali dell’azienda.

Per questo la scelta non dovrebbe mai partire dalla macchina, ma dal progetto di confezionamento nel suo complesso, analizzando insieme:

•     Le caratteristiche dell’affettato;
•     La shelf-life richiesta;
•     Il tipo di atmosfera di confezionamento;
•     Le proprietà barriera dei materiali;
•     La configurazione della linea produttiva;
•     La velocità di confezionamento;
•     Il posizionamento del prodotto sul mercato;
•     Gli obiettivi di sostenibilità e di ottimizzazione dei costi.

Solo valutando questi elementi insieme è possibile individuare una soluzione capace di proteggere il prodotto in modo efficace, preservarne la qualità lungo tutta la filiera e rendere il processo produttivo efficiente. Il packaging, in quest’ottica, non è l’ultima fase della produzione, ma uno strumento strategico per la competitività dell’azienda.

L’approccio BEPACKS: progettare a partire dal prodotto, non dalla macchina

Ogni progetto di confezionamento richiede un equilibrio tra tecnologia, materiali e obiettivi di conservazione. Individuare la soluzione più efficace non significa scegliere una macchina, ma progettare un sistema capace di mantenere prestazioni costanti lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.

BEPACKS supporta le aziende nello sviluppo di soluzioni di packaging flessibile a partire dalle caratteristiche dell’alimento e dalle esigenze produttive. La struttura dei film, le proprietà barriera, la saldabilità e la compatibilità con il confezionamento in atmosfera modificata (MAP) o sottovuoto vengono definite per proteggere il prodotto, garantirne la stabilità durante la distribuzione e mantenere gli standard qualitativi fino al punto vendita.

L’obiettivo è sviluppare sistemi di confezionamento in cui materiali, tecnologia e processo operino in modo integrato, contribuendo a migliorare shelf-life, sicurezza alimentare, efficienza produttiva e valorizzazione del prodotto sugli scaffali, a partire da ciò che il prodotto richiede, non da ciò che l’impianto già disponibile consente.

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